RED HOT CHILI PEPPERS, LA STORIA DELLA CANZONE CHE LA BAND SCRISSE IN MEMORIA DI KURT COBAIN

La band californiana e il frontman dei Nirvana erano molto amici e la sua morte fu un duro colpo per loro

Red Hot Chili Peppers erano amici di Kurt Cobain: all’inizio della loro carriera, i Nirvana aprirono diversi concerti della band californiana ed è proprio nel backstage di quegli show che si conobbero. La morte del frontman sconvolse i componenti del gruppo, in particolare Anthony Kiedis. Per lui fu davvero un duro colpo e forse è proprio per questo che in seguito la band dedicò una canzone al cantante.

Si tratta di Tearjerker, un’intensa e struggente ballata rock contenuta nel sesto album in studio dei Red Hot Chili Peppers, One Hot Minute, pubblicato nel 1995. Il testo della canzone parla proprio dell’amico morto suicida.

All’inizio del brano, Anthony Kiedis ricorda il tragico momento in cui venne a sapere della morte di Kurt: “La mia bocca si spalancò – canta il frontman – sperai che quella verità fosse infondata. Rifiutavo di credere alla notizia”. Nel brano Kiedis continua evocando i suoi ricordi dell’amico, raccontandone le qualità e la personalità.

Salviamo la Repubblica dell’Arte di Frigolandia

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Con un’ordinanza di sgombero emanata l’11 marzo 2020 in piena emergenza Coronavirus, sulla cui dubbia legittimità dovrebbe pronunciarsi il TAR o la Presidenza della Repubblica, la Giunta del Consiglio Comunale di Giano dell’Umbria sta cercando di cancellare la straordinaria esperienza della immaginaria Repubblica dell’Arte di Frigolandia.

Sede delle riviste Frigidaire e Il Nuovo Male, Laboratorio di Grafica e Museo dell’Arte Maivista (MAM) dedicato al fumetto e all’illustrazione, che conserva migliaia di opere dei maggiori autori italiani,  come Pazienza, Tamburini, Scozzari, Sparagna, Vincino, LiberatoreIgortEchaurren e tanti altri, Frigolandia è stata visitata negli anni da migliaia di famiglie, giovani, studiosi e ricercatori di ogni parte d’Italia e del mondo, moltiplicando così anche l’afflusso turistico sul territorio umbro.

La minaccia di sgombero è tanto più assurda in quanto Frigolandia non ha mai ricevuto contributi pubblicipaga regolarmente il canone previsto dal contratto di concessione firmato nel 2005, ed è in piena attività con la pubblicazione di riviste e libri, la realizzazione di seminari di studio, l’organizzazione di mostre di successo ed eventi culturali in molte città italiane.

La scomparsa di Frigolandia distruggerebbe una delle più originali esperienze artistiche e giornalistiche europee che ha le sue radici nella rivista Frigidaire fondata nel 1980 e prima ancora nella satira del Il Male.

Significherebbe la chiusura delle riviste Frigidaire e Il Nuovo Male e del Museo dell’Arte Maivista, la dispersione della biblioteca e del prezioso archivio storico, oggetto di molte tesi di laurea italiane e di studi specialistici anche nella prestigiosa Università di Yale nel Connecticut.

Sarebbe un danno irreparabile e un vero crimine culturale.

Ci appelliamo alle autorità nazionali perché fermino la persecuzione in atto, in modo che Frigolandia possa continuare a vivere ed operare liberamente.

Se ami l’Arte, la Cultura, il Libero Pensiero firma e fai firmare l’appello!

http://chng.it/qgFJj9Lsbh

Un disco da salvare “The Trinity Session”

I Cowboy Junkies, una band alt country canadese molto influenzata da post punk e new wave, che aveva debuttato nel 1986, registrò The Trinity session in una sola seduta e con un solo microfono posizionato al centro della Church of the Holy Trinity di Toronto. Nessuna sovraincisione e nessun effetto speciale: solo una delicata trama acustica, l’incantevole voce di Margo Timmins e il riverbero della chiesa.

La musica dei Cowboy Junkies è talmente minimale e impressionista da perdere i suoi contorni country folk per entrare in un territorio onirico e sospeso. The Trinity session ha avuto un buon successo di critica e ha fatto decollare la carriera dei Cowboy Junkies negli Stati Uniti, ma da noi lo hanno sentito in pochi. Per me, comprarlo, ricomprarlo in ogni formato e ascoltarlo in ogni momento è stata quasi una missione degli ultimi vent’anni.

PUBLIC ENEMY – State Of The Union

Qualsiasi cosa serve 
Liberariamoci da questo dittatore
POTUS la mia coda
Culo dialettica
Prime time
Primo
Rima-time crime
Come nessun altro
In questa vita
Casa bianca killer
Morto in linee di vita
Voto questo scherzo
Senza precedenti
Dementi
Molti presidenti sarebbero
Gestapo nazista dittatore
Difeso
Non è quello che pensi
È quello che si eseguono
Eseguire per loro gioielli
Bere da quella bottiglia
Altri quattro anni andando intestino 
Sventrato fuori, asciugato, si è rotto e non può prendere in prestito
Stato dell’Unione
Chiudi quella cazzo di bocca
Mi dispiace culo figlio di puttana
Stai lontano da me
Stato dell’Unione
Chiudi quella cazzo di bocca
Mi dispiace culo figlio di puttana
Stai lontano da me
Mister, io sono la legge
E non
In realtà, io sono dio
Ho un sacco
 Prendi, vieni
I capelli arancioni
La paura, il pettine fuori
Ecco un altro spavento
Tenerle le mani in aria
Meglio non respirare
Si non hanno il coraggio di osare
Non dico niente
Non pensare a nulla
Fare di nuovo grande l’America
Al centro solo l’amore
Quando ha voglia di parlare
 A loro forni
Gli esseri umani di colore
E’ il miglior rock che voto
O voto per l’inferno
Vero generali ?
Non è un fottuto gioco
Non ho il coraggio di menzionare il suo nome
Operazione 45
Stessa cosa
Suona come Berlino  
La storia è un mistero se non impari
 Fine di questo clown
Per il realtà
Uno stato bonzo
Nazista culto 45 Gestapo
Stato dell’Unione
Chiudi quella cazzo di bocca
Mi dispiace culo figlio di puttana
Stai lontano da me

Marta-Artù

Artù, torna con un nuovo singolo – Marta –  brano che anticipa l’album d’inediti previsto per il prossimo autunno.

La canzone, prodotta da Massimo Varini, è nata in maniera casuale, guardando la luna, racconta il cantautore: “Mentre scrivevo della luna mi sono accorto che parlavo di Marta” così “Marta e la Luna sono la stessa cosa”, certamente però per l’artista rappresenta un nuovo momento creativo importante, sia dal punto di vista della scrittura che da quello del suono. Artù scrive una storia in cui la persona amata diviene un tutt’uno con la Luna, che a sua volta si trasforma in metafora. Guardando il cielo, nasce l’amore: inevitabilmente e quando non ci pensi.

Marta, prodotta da Alfredo Music e distribuita da Artist First, mostra una scrittura cinematografica intensa e nello stesso tempo ironica, un inno all’amore autentico e molto contemporaneo.

If These Trees Could Talk

Una città al tramonto dove gli edifici e le strade illuminate vengono rispecchiati da un largo fiume, nelle cui rive si trovano degli alberi morenti che abbandonano le loro ultime foglie ormai secche, che poi si lasciano trasportare dal vento e dall’acqua , dove tutto è ricoperto da una leggera foschia invernale.

La band di Ohio suona un post-rock esclusivamente strumentale, capace di miscelare ottimamente vari tipi di sonorità, in cui si possono ritrovare anche richiami ambient, psichedelici e progressive.

Una sensazione di desolazione, nel vedere la natura che, col passare del tempo e con il progredire della tecnologia sta lentamente degradando a causa degli errori dell’uomo. Il significato di questo concetto è racchiuso nel nome stesso della band “If These Trees Could Talk” tradotto dall’inglese, all‘italiano “Se quegli alberi potessero parlare”. Questa frase è forse riferita al fatto che “Se quegli alberi potessero parlare, comunicherebbero all’uomo il loro continuo disagio“.

La storia dimenticata del rock dello Zambia

Negli anni Settanta il gruppo rock dei Witch, acronimo di We Intend To Cause Havoc (intendiamo causare un bel caos), trascinato dall’istrionico Emmanuel Jagari Chanda, attirava folle oceaniche nei concerti tenuti in Zambia. Cinque album di successo e centinaia di spettacoli nel Sud del continente, lo resero una leggenda della musica africana.

Un sogno durato appena una decade, terminato con la crisi economica del paese e la diffusione dell’aids, che uccise tutti i membri della band. Tutti tranne Jagari, che però fu costretto ad abbandonare la musica per mantenere la famiglia, insegnando nelle scuole o scavando nelle miniere alla ricerca di pietre preziose.

Witch, il documentario su Jagari Chanda e lo zamrock

Trent’anni dopo, i Witch non sono più un ricordo nostalgico di gioventù. Il 67enne Jagari è tornato a cantare e a saltare, con la stessa energia di un tempo ma con nuovi e più giovani compagni di avventura, per calcare i palchi di Stati Uniti ed Europa.

Merito di un gruppo di musicofili appassionati di zamrock – il genere reso popolare dai Witch che unisce rock psichedelico, funk e ritmi tradizionali zambiani – e di etichette discografiche che lo hanno riportato in auge. Ma soprattutto del regista milanese Gio Arlotta, che ha girato il documentario Witch: We intend to cause havoc! sulla storia di Chanda e nel frattempo è diventato suo amico e manager.

La pellicola, va alla riscoperta di un cantante dimenticato e di un universo musicale sommerso ai più, che tuttavia reinterpreta suoni “occidentali” a noi familiari come quelli di Jimi Hendrix, James Brown e Rolling Stones.

Jagari, appellativo in realtà affibbiato a Emmanuel Chanda per la sua presenza scenica simile a quella di Mick Jagger, racconta la propria vita da eterno artista. Anche quando si fa riprendere con la pala in mano e, a piedi nudi, scava con la speranza di svoltare la giornata, oppure mentre riattraversa i momenti più bui come l’arresto ingiusto per possesso inconsapevole di droga, seguito da un percorso di fede. “Una volta diventato musicista, resti sempre un musicista”, dice.

Un salto nel passato

Quando lo Zambia ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1964, Jagari Chanda è appena tredicenne. Cresce con sei fratelli nel nord del paese, rinato sotto la guida gandhiana del presidente Kenneth Kaunda, che spinge l’industria mineraria favorendo l’ottimismo e l’esplosione di attività artistiche e creative.

Nel liceo multiculturale di Kitwe, frequentato anche da ragazzi provenienti dalla Tanzania, dal Malawi e dal Congo, l’interesse di Chanda per la musica si concretizza quando viene reclutato da altri studenti musicisti in cerca di un cantante, accompagnati da un produttore che lo conquista offrendogli del cibo.

Nel 1971 è il frontman dei Kingston Market, diventati The Mighty Witch e poi Witch. E i Witch, di fatto, causano davvero un caos musicale fino ai primi anni Ottanta, quando le tensioni politiche, il declino economico e la diffusione dell’hiv spengono (quasi) definitivamente il sogno.

The Words in Between

Il catalogo della The Village Thing sta svelando i suoi tesori nascosti: si apre così un’altra pagina del folk inglese ricca di interessanti pubblicazioni, ormai oggetto di collezionismo.
L’etichetta è non solo rinomata per aver pubblicato album di personaggi come Steve Tilston, Chris Thompson e Wizz Jones, ma soprattutto per aver dato alle stampe i primi due album di Dave Evans (nessuna connessione con il membro degli Ac/Dc, né con il virtuoso musicista americano di bluegrass).

The Words In Between”, non è l’ennesimo album minore rispolverato e riportato alla gloria sull’onda del fascino della riscoperta di vecchi folksinger. Dotato di un’ottima tecnica di fingerpicking, cioè pizzicare le corde con le dita, oltre che egregio chitarrista è stato anche un eccellente liutaio: non solo ha sempre costruito le chitarre utilizzate per i suoi album, ma negli anni 80 si è trasferito in Belgio per continuare la sua attività di costruttore di chitarre e arpe.

The Words In Between” è una sorta di capolavoro perduto o come l’anello mancante tra John Renbourn e Nick Drake, è infatti un album ricco e variegato, a volte affine alla genialità , talvolta più sognante e vicino alla scuola americana ed è perfino anticipatore del bedroom-folk contemporaneo.

In sintesi: un gran bel disco che merita di essere finalmente apprezzato da un pubblico più ampio.

El catálogo de The Village Thing está revelando sus tesoros ocultos: esto abre otra página del folclore inglés llena de publicaciones interesantes, ahora una pieza de coleccionista.
La discográfica no sólo es conocida por haber lanzado discos de Steve Tilston, Chris Thompson y Wizz Jones, sino sobre todo por haber lanzado los dos primeros álbumes de Dave Evans (sin conexión con el miembro de Ac/Dc, ni con el virtuoso del bluegrass americano).

“The Words In Between”, no es otro álbum menor desempolvado y devuelto a la gloria en la ola de la fascinación del redescubrimiento del viejo cantante. Dotado de una excelente técnica de picking, es decir, de tocar las cuerdas con los dedos, además de ser un excelente guitarrista era también un excelente luthier: no sólo construía siempre las guitarras utilizadas para sus discos, sino que en los años 80 se trasladó a Bélgica para continuar su actividad como constructor de guitarras y arpas.

The Words In Between es una especie de obra maestra perdida o como el eslabón perdido entre John Renbourn y Nick Drake, es de hecho un álbum rico y variado, a veces parecido a un genio, a veces más soñador y cercano a la escuela americana y es incluso un precursor de la contemporaneidad de la gente de dormitorio.

En resumen: un gran álbum que merece ser finalmente apreciado por un público más amplio.

Things You Didn’t Know

Troppo a lungo da trattenere
troppo da tenere
la gente là fuori
davvero non conosci
cosa c’è dietro
che potrebbe farti sentire freddo
ma devi ricordare di lasciare andare.

Troppe cose che non sapevi
non cambierebbe nulla ora
una vita di amore e odio
su e via
non importa come tu vivi
solo per andare d’accordo.

Troppe cose non sapevi
non cambierebbe nulla ora
non hai mai preso il tempo
per sapere.
Ora che il tempo
è finito
e se mai avessi saputo
non cambierebbe molto ora
non importa comunque

Speak of the Devil

A volte mi chiedo
Chi ti tiene
Il tuo cuscino è così asciutto
Notte solitaria e solitaria
E’ tutto quello che posso fare
Solo per non farti piangere
Beh, è tutto quello che posso fare
Solo per mantenervi soddisfatti
Ora si raccoglie tutto l’amore
Quando la spinta arriva a spingere
Vedo che ne hai avuto abbastanza
Ma, tu chiami ancora il mio bluff
Bene, ho fatto il mio tempo
E ho finito di chiedere perché
Non mi vedrai piangere
Vedermi piangere
Dolce tesoro, non una sola lacrima su di te
A volte tremo
A volte tremo
Mi ha portato dritto al punto
Sul treno merci per il dolore
È tutto quello che posso fare
Solo per non farti piangere
È tutto quello che posso fare
Solo per mantenervi soddisfatti
Ora si raccoglie tutto l’amore
Quando la spinta arriva a spingere
Vedo che ne hai avuto abbastanza
Ma, tu chiami ancora il mio bluff
Bene, ho fatto il mio tempo
E ho finito di chiedere perché
Non mi vedrai…